ONORATO DI NON APRIRE LA PORTA DI CASA MIA AI CLANDESTINI

ONORATO DI NON APRIRE LA PORTA DI CASA MIA AI CLANDESTINI 

di Andrea Pasini, Trezzano sul Naviglio

Sono fiero e onorato di non voler aprire la porta di casa mia per accogliere i clandestini. Me ne frego, anzi mi faccio una grassa risata quando sento persone incapaci politicamente come Alfano, senza dimenticare la stragrande maggioranza dei deputati del PD, che ci accusano dicendoci “vergognatevi” solo perché diciamo no a questa invasione studiata a tavolino. Io apro la porta di casa mia solo ai miei compatrioti bisognosi, non certo ai finti clandestini. Chiaro?. “Di fronte a 12 donne, delle quali una incinta, organizzare blocchi stradali non fa onore al nostro paese. Poi certo tutto può essere gestito meglio, possiamo trovare tutte le scuse che vogliamo, ma quella non è Italia. Quel che è accaduto non è lo specchio dell’Italia”. Angelino Alfano, il numero uno al ministero dell’Interno, ha giudicato così la rivolta popolare a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi a Goro e Gorino. Visto così chi potrebbe dargli torto? Un folle. Ecco allora chiamatemi folle. Sì perché nel ferrarese, ancora una volta, abbiamo visto la macchina della sostituzione dei popoli, nonché il governo italiano, in azione. Hanno nascosto l’invasione degli immigrati dietro ad una donna incinta. Qui troviamo la vera demagogia, il falso che diventa verità. Ad Alfano ricordo le sue parole e promesse inerenti al 3 per mille riguardo agli immigrati che la nostra nazione può ospitare. Verbo europeo, verbo che arriva dagli scranni, senza lode, di Roma, ma disatteso. Siamo 60milioni di italiani ed il 3 per mille di 60milioni è 180mila persone. Solo quest’anno hanno varcato i nostri sacri confini, o meglio quelli che dovrebbero essere, 153mila immigrati. Mezzo milioni negli ultimi tre anni. La presa in giro perfetta. Non ti preoccupare abbiamo tutto sotto controllo, mentre l’orchestra suona e la nave affonda. 

Facciamo un giro per lo stivale calcolatrice alla mano. Musi, provincia di Udine, 8 profughi per appena 6 cittadini. Fernetti, provincia di Trieste, 70 immigrati per 70 abitanti. Lizzola, provincia di Bergamo, 100 clandestini a fronte di 100 cittadini. Capite il gioco? Capite la menzogna? Da una parte ci rassicurano, riempiono i telegiornali di parole vuote, dall’altra, seduti al freddo tavolo delle trattative con i prefetti sparsi per la nazione, decidono scientemente di invaderci. Ma a loro non basta serve farci sentire in colpa. Serve metterci alla berlina se non pieghiamo la testa. Mario Morcone, di cui ho già avuto modo di tessere le “lodi”, è a capo del Dipartimento Immigrazione del ministero dell’Interno ed ha avuto il coraggio di asserire: “Credo che si debbano vergognare quelle persone che hanno impedito la sistemazione di donne e bambini. Gli italiani che rifiutano l’aiuto doveroso a donne e bambini sono ottusi, mi vergogno di averli come nostri connazionali. Se non vogliono vivere nello stesso posto dove diamo accoglienza ai profughi andassero a vivere in Ungheria. Noi staremmo meglio senza di loro”. Violini tzigani, per rimanere in tema di terra magiara, vomitevoli e smielati che ci inducono all’accoglienza a tutti i costi. Anche quando il costo è mettere in difficoltà i nostri concittadini ridotti alla fame. 

L’elenco di chi ci vuole vedere annaspare, più di quanto facciamo ora, trova in Papa Francesco un alleato affidabile e convinto. Ci dicono che se non rispettiamo gli immigrati, Alfano docet, non siamo degni della cittadinanza italiana, mentre Bergoglio ammonisce la parte spirituale dell’essenza più intima dell’uomo: “Chi non accoglie non merita di essere considerato cristiano”. Il castello di carte creato dai parrucconi del politicamente corretto crolla. Le scritture sacre invitano i cristiani ad aiutare il prossimo, a soccorrerlo nel momento del bisogno, ma il prossimo deve essere quello vicino a noi. Come possiamo accudire l’Africa intera quando non riusciamo a dare un posto di lavoro stabile ad un ragazzo di 25 anni italiano? Come possiamo accudire i figli dell’Asia se non abbiamo politiche demografiche efficaci per non far svanire noi stessi? Come possiamo tendere le mani a chi arriva da un altro continente mentre i nostri pensionati, quelli che prendono la pensione sociale, ricevono ogni mese somme che a fatica raggiungono i 500€? Semplicemente non possiamo. Non è cattiveria, mancanza di umanità, ma è amore per il proprio popolo che sta soffrendo. Soffre davanti alla disoccupazione, soffre davanti al caro prezzi e soffre davanti ai continui crolli che stanno straziando il centro Italia. 

Abbiamo deciso di prostraci. Per esempio nel comune di Malo (Vicenza) gli abiti talari avevano deciso di non celebrare la messa del 4 novembre per rispetto degli islamici, ma l’intervento del sindaco ha riportato tutto alla normalità. La scomunica ci vorrebbe per certi parroci troppo ecumenici. Da ogni parte vediamo spuntare le richieste degli altri, gli islamici ci stanno con il fiato sul collo e non perdono occasione per dimostraci il loro odio puro e violento. Intanto i politici si occupano di chi arriva, allargano le braccia e sorridono a 32 denti, mentre l’Italia è martoriata. La classe politica attuale non merita di rappresentarci, parliamo di vili scribacchini al soldo dell’Europa delle banche, la stessa che decide sulle dimensioni delle zucchine da portare nelle nostre tavole. La stessa che, oltre a pensare ad amenità su amenità, ci strangola con spread e tassi d’interesse, invitandoci a seguire il liquidatore Renzi alle urne votando sì per “rilanciare” la nazione. Costoro sono i traditori che hanno mollato le briglie della nazione lasciandola correre verso il dirupo, sono una manica di incapaci lontani anni luce da quello che avrebbe potuto fare per questo paese Silvio Berlusconi. 

Subiamo le peggiori angherie, vessazioni fuori dal comune e per giunta veniamo accusati, ogni santo giorno, di essere intolleranti perché esprimiamo la nostra contrarietà a tutto lo schifo che ci circonda. L’UE e il governo italiano stanno alimentando una nuova guerra tra poveri, basta vedere cos’è successo alla Caserma Montello a Milano, regalando servizi e privilegi agli immigrati, mentre gli italiani sono alla canna del gas. Davanti a piaghe sociali del genere sapete cosa vi dico, chiamatemi razzista, lo sarò. Ma la vergogna che questi inetti devono provare è senza limiti. 

Andrea Pasini, Trezzano sul Naviglio

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Questo Stato non merita di essere rispettato

Ormai è evidente: il miglior nemico di noi imprenditori si chiama Stato. E proverò a dimostrarlo facendo un discorso di testa, sebbene la rabbia e la frustrazione mi porterebbero a fare un discorso viscerale, con la pancia e col cuore.

Checché ne dica la retorica asservita e filogovernativa, il premier Renzi non ha minimamente inciso sulla pressione fiscale relativa alle imprese. È un fatto che si può constatare in primo luogo guardando i numeri: la percentuale di tasse per quanto riguarda Irap e Ires continua ad aggirarsi intorno al 44% (vedi i recenti dati dell’Osservatorio bilanci del Consiglio nazionale dei Commercialisti), per non parlare della somma complessiva di imposte su chi ha un’azienda (il cosiddetto total tax rate), che tocca addirittura il 65,4%, una delle percentuali più alte d’Europa: tradotto in soldoni, due terzi dei nostri profitti dobbiamo ancora darli allo Stato.

Ma come accennavo sopra, non è solo un fatto di numeri, ma anche di metodi. Lo Stato appare molto solerte quando si tratta di riscuotere crediti e di inviarci cartelle esattoriali, ma è molto poco efficiente quando si tratta di restituire alle aziende i debiti delle Pubbliche amministrazioni. A proposito, e qua mi rivolgo al premier Renzi, a che punto è la restituzione dei 74,2 miliardi che la Pa doveva alle aziende italiane? Lei aveva promesso di restituire il tutto entro il 21 settembre 2014. Be’, è passato un anno e mezzo e, mentre il ministro Padoan giura di aver liquidato la metà del debito (36 miliardi circa su 74), lo stock del debito è lievitato di nuovo a 70 mld. Forse sarebbe il caso di farsi quella passeggiata a piedi fino a Monte Senario che aveva promesso in caso di mancato pagamento, caro premier…

Ma, per metodo, intendo anche il sistema iniquo degli studi di settore, che obbligano un imprenditore come me, attivo nel settore agroalimentare, a pagare le tasse sulla basse di una prospettiva, di una previsione, non di un reale incasso. Siamo alla futurologia applicata alle imposte, alla vessazione fiscale preventiva: “io intanto ti stango, poi vediamo se riesci a incassare tanto quanto mi hai pagato”. La dimostrazione plastica di come lo Stato voglia essere socio di maggioranza della tua azienda fintantoché le cose vanno bene, godendo di buona parte dei tuoi incassi; e sia pronto a mandarti quelle lettere minatorie che sono le cartelle esattoriali, non appena – per colpa di quello stesso Stato – diventi un contribuente non esemplare…

E dire che imprenditori come me, a fronte di un carico fiscale minore, sarebbero pronti a investire quelle risorse sottratte al fisco in tecnolgia e sviluppo, a utilizzare quei soldi per assumere giovani e migliorare economiche le condizioni degli operai; accrescendo la quantità del proprio profitto, sì, ma anche la qualità dei propri prodotti e del lavoro dei propri dipendenti. E invece ci troviamo ancora una volta a chiedere la moratoria fiscale sui debiti pregressi e a minacciare lo sciopero fiscale come estrema forma di sopravvivenza…

Aggiungo poi che il nostro nemico, purtroppo, non è soltanto lo Stato. Sono anche quegli attori che impediscono la libera concorrenza, colonizzando i territori con le proprie reti e strutture, grazie a legami “speciali” con le amministrazioni pubbliche, spesso di natura clientelare. Mi riferisco a quelle consorterie rosse, che bloccano il mercato, di fatto egemonizzando alcune aree geografiche e alcuni settori di commercio. E, così facendo, violano due volte i principi di libera concorrenza: innanzitutto operano grazie a rapporti, più o meno trasparenti, con il sistema politico locale che guida la macchina pubblica; in secondo luogo, bloccando i concorrenti “scomodi”, creano delle situazioni di monopolio, insopportabili in un Paese (almeno in teoria) fondato sui principi di libero mercato. Grazie a loro, si fa per dire, ho dovuto scoprire che la negazione della concorrenza non è causata dai giganti del capitalismo, come vuole la vulgata, ma proprio da chi quel capitalismo vorrebbe abolirlo….

E intanto noi imprenditori ci arrabattiamo ogni giorno, con la forza di un eroismo quotidiano, cercando di non chiudere né la nostra azienda né il serbatoio della speranza. E spesso ci troviamo davanti a un bivio: pagare i nostri fornitori e i nostri dipendenti, oppure riversare tutti i nostri soldi allo Stato venendo costretti a licenziare personale e a non dare il dovuto a chi ci fornisce la materia prima? Io  ho sempre compreso, ammirato, e continuerò a sostenere, chi sceglie la prima strada. www.ilgiornale.it